Home / Dibattito / MADRI AL LAVORO. LE LEGGI NON AIUTANO

MADRI AL LAVORO. LE LEGGI NON AIUTANO

Da un lato c’è il tasso di occupazione femminile troppo basso: lavorano meno di 50 donne ogni 100 mentre nel resto del continente si supera stabilmente il 60%.

Dall’altro c’è l’interminabile inverno demografico, in parte spiegabile per la mancanza di servizi capaci di aiutare le donne a essere madri e lavoratrici insieme, in parte causata da più profonde dimensioni culturali, sedimentate in atteggiamenti e proiezioni psicologiche che giungono fino alla rinuncia volontaria o addirittura all’aperta ostilità nei confronti della generatività.

Una doppia emergenza da cui occorre uscire velocemente. Negli ultimi anni quel poco che si è fatto è andato però nella direzione sbagliata. La legislazione italiana a tutela della famiglia in materia di maternità e infanzia ha una lunga storia e ha attraversato profondi cambiamenti negli ultimi decenni. Con la legge n. 53 dell’8 marzo 2000 si è introdotto, per la prima volta, il diritto individuale per i lavoratori maschi con figli piccoli, a prendere il congedo parentale, rimettendo in discussione l’idea di una cura all’infanzia solo al femminile. La legge considera infatti la coppia genitoriale (non i singoli genitori) il riferimento essenziale per il processo di crescita del bambino, promuovendo dunque un’idea di genitorialità come relazione corresponsabile. Tale modello è stato però stravolto dal Jobs Act e dalle ultime tre Leggi di Bilancio: da una cultura centrata sulla co-genitorialità e sulla valorizzazione della famiglia come caregiver principale, si è passati ad una cultura di workfare, caratterizzata da una forte segregazione di genere e in cui il caregiver primario è esterno alla rete familiare e di parentela (baby sitter o asilo nido).

Più precisamente, il Sistema di voucher introdotto –  molto contestato da diverse parti e scarsamente utilizzato – richiede la rinuncia al congedo parentale e costituisce un disincentivo all’uso del congedo stesso. Appare poi ambigua la possibilità di ricorrere al congedo part-time: si mescola la flessibilità con l’astensione, modalità differenti di rapportarsi con il lavoro e di diverso peso nelle transizioni di vita. La figura del padre come elemento importante nella coppia genitoriale scompare: il focus delle misure sulla sola figura femminile (ad eccezione di pochi giorni di congedo di paternità) può portare solo ad un acutizzarsi della sbilanciata divisione di responsabilità presente nelle famiglie italiane. Il rischio è che queste misure, unitamente alla possibilità di lavorare fino al nono mese, rendano ancora di più le donne incatenate ai bisogni di produttività aziendale, dunque meno libere: l’idea di accompagnare la transizione alla maternità creando uno spazio di attesa fisico, mentale e psicologico – come transizione significativa nella vita della donna, della coppia e dell’ambito aziendale – rischia di scomparire.

Più in generale, intervenire solo sulla protezione della maternità, senza misure adeguate per riequilibrare il carico di cura, difficilmente può costituire una forza trainante per l’aumento dei tassi di occupazione femminile e la permanenza delle donne in un mercato del lavoro sempre più difficoltoso e frammentato. Anche perché, di fatto, fino al terzo anno di vita del bambino, esiste solo il fai da te. Occorrerebbe invece quell’insieme di servizi e trasferimenti che in molti contesti europei (pensiamo innanzitutto alla vicina Francia) permettono davvero di costruire l’equilibrio desiderabile tra scelte di genitorialità e lavoro. Interventi che rendono flessibile il passaggio dal lavoro a casa (e viceversa) e plausibile una scelta positiva per il part-time (in Italia molto spesso involontario per le donne), non costringendo al contempo alla scelta obbligata dell’asilo nido come opzione preferenziale e coinvolgendo le aziende in uno sforzo corale in cui la maternità sia un valore incoraggiato.

Libertà di scelta tra opzioni di vita, insomma. Senza spingere nella direzione che sembra indicare il manistream europeo, il cui obiettivo delle pari opportunità guarda alla donna come a una monade isolata, non riconoscendo alla relazione di coppia un ruolo positivo e privilegiando il pur desiderabile obiettivo di carriera al femminile al di sopra di ogni altro “bene” da tutelare all’interno delle relazioni famigliari (uomo-donna, genitori-figli). Un percorso, quello dell’individualizzazione, che, come rilevato, anche in Italia si sta purtroppo facendo strada.

(L’articolo, redatto da Luca Pesenti della rete Welfare Responsabile e da Sara Mazzucchelli dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, è stato originariamente pubblicato su Corriere della Sera, Buone notizie, del 5 marzo 2019: https://www.corriere.it/buone-notizie/).

Photo by Matthew Henry from Burst

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *