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IL SENSO DELLA RESPONSABILITÀ AL TEMPO DELLA PANDEMIA / parte 2

(segue da qui)

La filiera delle responsabilità

La prima riflessione ha a che vedere con l’integrazione sistemica. Da questo punto di vista il richiamo alla responsabilità ci indica che quella che è stata chiamata società delle organizzazioni sposta sulle sue parti il controllo del comportamento dei cittadini. Mediante l’inclusione degli individui nelle organizzazioni – e attraverso diverse forme di membership – si dettano precise modalità di azione ed esperienza, lasciando che sia l’organizzazione a controllarne la realizzazione. Si tratta quindi di una responsabilizzazione per delega, una disseminazione di forze motivazionali abbastanza programmabile e che sembra funzionare. Certamente una parte di questa responsabilizzazione passa dall’auto-governo delle organizzazioni che “volontariamente” si danno forme autonome di regolazione e controllo senza aspettare protocolli governativi.

Una prima problematica nasce proprio dalla governance ancora molto verticistica di questa regolazione che potrebbe essere elaborata in modalità maggiormente condivise e coprodotte. Aspettare che la prima mossa, il primo regolamento-protocollo, venga dal Governo (a tutti i livelli) non sfrutta a sufficienza le capacità di diffuso auto-governo sociale. Una chiara torsione verso una governance democratica e sperimentalista agevolerebbe molto la soluzione (e la comprensione) dei problemi, introducendo più capillarmente una cultura della responsabilità sociale in ogni comparto organizzativo.

Un secondo tema riguarda la consapevolezza che le nostre società, almeno a livello sistemico-organizzativo, sono estremamente integrate e che, laddove qualcosa non funziona in uno dei nodi della rete, ciò si riverbera su gran parte del suo intorno. Ancora di più: che la “ripartenza” mostra problemi crescenti proprio laddove deve avvenire in modo asimmetrico o differenziato, perché ogni organizzazione necessita prima o poi del funzionamento delle altre. Se riapri le aziende, prima o poi dovrai riaprire le scuole (se non dove stanno i bambini?); se riapri le scuole prima o poi dovrai riaprire il trasporto pubblico, le cartolerie, le biblioteche e le attività pomeridiane sportive e di intrattenimento, e via “aprendo” per integrazioni successive.

Qui emerge in positivo e in tutta la sua portata per il futuro il tema della filiera delle responsabilità. Ogni organizzazione deve fare la sua parte responsabilmente, perché se non lo fa le ripercussioni scenderanno lungo tutta la filiera. La riapertura del sistema in “sicurezza” richiede una responsabilità sistemica comune. La nostra società – a prescindere dalle retoriche individualistico-eroistiche o comunitario-populiste – è composta da una moltitudine di organizzazioni che costituiscono la sua colonna vertebrale capace di reggere il peso della responsabilità sistemica intesa come bene comune (non appropriabile né privatamente né ridistribuibile pubblicamente).

L’integrazione sociale

Qui entriamo nel campo molto meno conosciuto e molto più intrigante della integrazione sociale e del suo impatto su comportamenti responsabili. È il campo dove si realizza la socializzazione motivazionale dei sistemi psichici (la coscienza singola e concreta delle persone) che devono agire responsabilmente in spazi privati o pubblici, cioè in reti sociali non presiedute da organizzazioni. Qui è adeguato parlare di processi di influenza sociale dove le coscienze sperimentano e apprendono la responsabilità personale. Si pensi per esempio a tutte le norme di comportamento personale non controllabili quali il lavarsi le mani e il distanziamento sociale (che in realtà è distanziamento fisico) così necessarie a bloccare il virus. Si tratta evidentemente di comportamenti che non possono essere né obbligati attraverso norme/regolamenti (si può obbligare a portare la mascherina, perché è visibile: ma si noti che non si può obbligare a usarla responsabilmente, cioè in modo corretto) né incentivati con il denaro (perché, oltre ai costi, si diseducherebbe alla responsabilità personale, incentivando comportamenti auto-interessati). Quello che si può invece fare è irritare i sistemi psichici attraverso una comunicazione molto ripetitiva e coinvolgente (si pensi all’advertisement “sociale” sempre molto patetico ed empatico), sperando che poi essi si auto-motivino alla responsabilità. Certo la paura di morire è un buon motivo! Questo ha aiutato molto ma solo quando si è cominciato a comunicare che potevano morire tutti e non solo le persone anziane e, soprattutto, quando si è fatto capire che un agire irresponsabile avrebbe potuto causare la morte di altri.

Qui ci si scontra con il fatto che nessuna forma di coercizione o incentivazione è così pervasiva da poter sostituire l’auto-motivazione degli individui stessi.  Nessun sistema sociale può organizzare in modo capillare il comportamento sociale. E, se anche lo potesse, sarebbe un problema per la libertà. Appare quindi assolutamente evidente che il sistema sociale dipende massicciamente dall’integrazione sociale e non solo da quella sistemica. Dal punto di vista degli individui ciò significa che la partecipazione alla società necessita di forme riflessive estremamente articolate e orientate al fare la propria parte anche se nessuna agenzia di controllo può osservare. È quello che la sociologia ha chiamato interiorizzazione del sociale nello psichico (che però è sempre, empiricamente, anche auto-socializzazione). La pratica del cosiddetto distanziamento sociale è un esempio perfetto di questa integrazione sociale. Questa richiesta – così pervasiva da mostrare in azione il cosiddetto e indefinibile Altro generalizzato – spinge ad abituarsi a non avere contatti ravvicinati con i corpi di altre persone (e già questo mostra i diversi livelli di realtà implicati nella richiesta: quello sociale della comunicazione, quello psichico della riflessività e quello fisico del corpo). Attraverso il distanziamento fisico osserviamo – “in corpore vili” – che la società non è mera interazione, bensì forma di comunicazioni (di cui l’interazione è una occorrenza specifica). Mai come negli ultimi mesi si sono diffuse forme di socialità interattive, mediate dai mezzi telematici, e sono emersi nuovi modi di fare società, territorio e comunità senza assolutamente bloccare o diminuire il “sociale”.

Per tornare al nostro tema: è evidente che la richiesta di distanziamento, soprattutto nei luoghi privati e pubblici all’aperto così difficilmente controllabili, non possa che essere gestita dalla coscienza e quindi dalla responsabilità degli individui. È chiaro che questa coscienza viene “irritata” da una richiesta sociale, ma se e come questa richiesta venga interiorizzata dipende dal sistema psichico, dalla sua incoercibile libertà. In altri termini l’integrazione sistemica e quella sociale sono entrambe necessarie a regolare i processi di responsabilizzazione: sono processi non a somma zero. Difficilmente una società potrebbe proseguire senza una delle due, se non pagando prezzi enormi di tutti i tipi.

La questione della rappresentanza

Il terzo punto richiama, a mio parere, una problematica particolarmente rilevante per il futuro delle società. Pur nella sua evidente complessità, differenziazione, pluralizzazione, etc., la società – a diversi livelli spaziali – sembra richiedere auto-descrizioni in forma di unità dove viene eletta una particolare posizione di rappresentazione. Sembra trattarsi proprio di un bisogno di semplificazione simbolica – tanto più urgente quanto la società di differenzia e complessifica. Parte della comunicazione che circola e attrae le coscienze va semplificata mediante l’attribuzione ad alcune istituzioni facilmente riconoscibili e dotate di autorità.

In mancanza di queste fonti autorevoli, perché bisognerebbe rispondere all’appello alla responsabilità (a parte la paura di morire che però varia da individuo a individuo)? Mi pare di poter dire che il governo dei territori (nei suoi diversi livelli amministrativi) e i vari comitati tecnico-scientifici abbiano svolto quella funzione di sintesi che rende facilmente comprensibili e autorevoli le comunicazioni. Non che questo impedica la critica e il dissenso. Ma, appunto, sono critiche rivolte alle fonti di autorità sociale criticate perché non all’altezza del compito (che è riconosciuto come comunque necessario).

Uno dei punti che la pandemia sta dimostrando è che questo tipo di crisi ad altissima diffusività non è facilmente risolvibile e neppure comunicabile senza un centro pubblico di autorità capace di svolgere questa funzione di rappresentazione dell’unità sociale. Come e da chi questo vertice venga costituito – e attraverso quale forma di governance – è un’altra questione che qui non affrontiamo, ma evidentemente ridurla al governo politico-istituzionale pare insufficiente. È anzi auspicabile che in futuro si concretizzi attraverso una rappresentanza estesa e plurale che includa anche la voce di altre parti sociali.

Questa necessità di governance poliarchiche, democratiche e sperimentali, richiama ad un’ultima riflessione sugli strumenti attraverso cui si è fatto appello alla responsabilità. Mi pare infatti che possa innescarsi una contraddizione tra responsabilità sistemica e sociale, soprattutto laddove la prima venga comandata dal governo (politico-amministrativo) attraverso i mezzi del diritto (dei regolamenti, dei protocolli, etc.) ma anche attraverso il denaro. Per paradosso, infatti, se il diritto potesse realmente comandare i comportamenti, allora risparmierebbe esattamente sull’uso della responsabilità sociale. Se ogni comportamento fosse o proibito o permesso, senza possibilità di ambivalenze, e se ogni deviazione fosse controllabile attraverso delle applicazioni tecnologiche capaci di rendere visibile ogni comportamento, proprio allora non vi sarebbe più bisogno della responsabilità personale. Tutto l’orizzonte dell’azione e dell’esperienza verrebbe ridotta a un catalogo di proibizioni e permessi sanzionabili attraverso il diritto e il potere. Vi sarebbe solo – come dice in televisione un ex Generale dell’esercito – “ottemperanza” (o meno) di comandi da parte dei cittadini.

Questa tendenza all’iper-controllo sistemico, che sembra già in nuce nelle esperienze cinesi, saturerebbe tutto il campo d’azione sociale riducendo la vita dei cittadini a quella di sudditi esecutori. Dando per scontato che un minimo di ambivalenza riguarderebbe comunque i comandi, ci ritroveremmo anche con il fenomeno dell’arbitrio nella interpretazione degli stessi. Il controllo completo dell’azione si sostituirebbe agli spazi di libertà di agency e quindi cancellerebbe lo stesso concetto-pratica di responsabilità personale. D’altra parte, anche l’utilizzo massiccio di incentivi (o disincentivi) monetari starebbe in una relazione paradossale con la responsabilità personale. Solo in una prima fase della crisi, quella della chiusura, si può pagare qualcuno per non fare qualcosa (per esempio per non lavorare e restare chiuso), ma non appena la situazione tende a tornare alla normalità non si può pagare per convincere a riaprire l’attività (mentre si possono dare soldi per agevolarla). Questo significherebbe solo il crowding out delle motivazioni profonde, sostituite con ragioni strumentali (con costi devastanti sia dal punto di vista economico che dal punto di vista morale).

Se dunque diritto e denaro non sono né gli unici né i più adeguati media per sostenere comportamenti sistemicamente e socialmente responsabili, allora bisogna ampliare lo sguardo e cercare equivalenti funzionali. La teoria sociologica ci invita da tempo a riflettere anche su altri due media. Il primo è quello della influenza che, in questi mesi, è stata fortemente utilizzata dagli scienziati che, sulla base di una autorevolezza competente, hanno potuto chiedere ai cittadini di essere responsabili.  Ma l’influenza è stata utilizzata anche dai rappresentanti delle religioni facendo leva sulla loro autorità morale; da quei personaggi, ad alta visibilità sociale, che oggi chiamiamo influencer; dagli appartenenti a quelle forme associative che non fanno parte né del mondo della politica organizzata né del mondo dell’economia, particolarmente quelli dedicati al bene comune; dagli insegnanti e dagli intellettuali che vengono ascoltati come voci della “verità”, etc.  Infine, rimane un ultimo medium della comunicazione capace di motivare ad essere responsabili: l’impegno nei confronti dei valori. Il richiamo ai valori è giunto in modo sempre più forte, autorevole e pervasivo, da quei cittadini appartenenti alle organizzazioni sanitarie, anche volontari, che hanno agito andando ben al di là di quanto professionalmente richiesto. È forse attraverso la loro responsabilità sistemica e sociale che si è rivelata la necessarietà di quella unità dei distinti.

Due sono quindi gli insegnamenti che traggo dalla riflessione sulla responsabilità ai tempi della pandemia. Il funzionamento dei sistemi (e delle organizzazioni sociali) si affida alla auto-responsabilizzazione sociale degli individui che, loro volta, possono fare affidamento sulla responsabilità sistemica. E questo pur permanendo la loro reciproca distinzione. In questo gioco a somma positiva della responsabilità – in questa filiera – una particolare attenzione va riservata a quei soggetti che riescono a descrivere il sociale in modo unitario, a rappresentarne l’unità immaginaria. A quelle fonti di autorevolezza (morale) che motivano alla responsabilità. Nel caso italiano questo ruolo sembra essere stato svolto particolarmente dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella (vertice politico); dalla proliferazione di influencer scientifici competenti (vertice della società del sapere) e dagli appelli che venivano dagli operatori della sanità (vertice organizzativo e operativo). Meno forti le fonti autorevoli nel mondo dello spettacolo, dello sport, delle religioni (a parte il Papa che però non rappresenta l’Italia), dei mass-media e anche del terzo settore. Ancor meno presenti i rappresentanti dell’economia e dei partiti politici. Bisognerà riflettere se queste distinzioni sono un sintomo della società che viene o dipendono solo dal tipo di crisi che stiamo affrontando.

Immagine: it.freepik.com

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