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IL SENSO DELLA RESPONSABILITÀ AL TEMPO DELLA PANDEMIA / parte 1

La fase della cosiddetta “ripartenza”, dopo i mesi drammatici che hanno visto la morte di migliaia di persone – e l’evidente difficoltà delle istituzioni, delle organizzazioni sociali e delle loro forme di governance nel rispondere alla pandemia – si presenta in modo quasi enigmatico. Si moltiplicano le informazioni su nuove “fasi” e su protocolli di riapertura sicure, in un clima politico dove (per logica interna) governo e opposizione, Stato e Regioni, “cooperano in modo competitivo” (secondo un noto ossimoro, molto ideologico e poco realistico). Nell’insieme la situazione somiglia a quella in cui un giocatore deve risolvere il “Cubo di Rubik” – dove ogni mossa ha conseguenze sul tutto – e deve farlo in fretta! Inoltre, non si sa prima se davvero “una” soluzione esiste!

In questo quadro, a complicare le cose, neppure quelli che un tempo si chiamavano “valori non negoziabili” sembrano reggere. Le “decisioni impossibili” che attendono le nostre società sono concepibili come un vero e proprio scontro tra valori ultimi non gerarchizzabili. Si pensi al trade off tra la salute dei cittadini e la salute del sistema economico. Come si chiede polemicamente qualcuno: è meglio morire del virus o di fame? La domanda, posta in questo modo, non ha risposta (ma non è neppure necessario porla così).  Nel flusso di comunicazioni assordante, vero e proprio “parco giochi” dei mass media, soltanto un valore sembra aver passato l’esame della pandemia. Quello della responsabilità, che ogni attore sociale dovrebbe mostrare nei confronti della società stessa, cioè degli “altri”.

Sarebbe davvero cattiva sociologia registrare questa strana “emergenza” come un dato (per scontato) e banalmente schierarsi a favore o contro (e poi: chi si schiererebbe contro?). Neppure ribadire che la responsabilità è fondamentale e va valorizzata pare un gran contributo sociologico, anche perché tutti già lo fanno. Più promettente è chiedersi in che tipo di società questo “valore” emerge e chi lo sponsorizza con tanta passione. In altri termini, pare più creativo prendere il tema responsabilità come variabile da spiegare piuttosto che come “dato”, cercando poi di capire da cosa dipende. In questo modo, forse, capiremo qualcosa in più della società in cui viviamo. Le righe che seguono vogliono stimolare una riflessione in tal senso.

Mi chiedo, in primo luogo, chi sono i cittadini a cui si chiede di essere responsabili? E poi: chi chiede ai cittadini di essere responsabili e perché? E infine, quali sono le fonti motivazionali disponibili per gli appelli alla responsabilità? Cerchiamo di aprire così la discussione presentando tre spunti.

1. Chi sono i cittadini?

 I cittadini a cui si rivolgono gli appelli sembrano essere proprio le persone ordinarie, gli ordinary people, senza altra connotazione. In realtà, però, questa categoria include, grosso modo, solo chi “resta” dopo aver sottratto tutti gli individui appartenenti a organizzazioni formali: cioè una parte rilevantissima di “società”. Facciamo qualche esempio. I cittadini lavoratori sono trattati dentro ai protocolli per il lavoro-sicuro nelle aziende; i cittadini credenti praticanti sono inclusi nei protocolli delle messe (in sicurezza); i cittadini sportivi (professionisti) sono regolati nelle procedure relative alle competizioni; gli studenti e i docenti sono compresi dentro alle proposte di riapertura delle scuole e Università; il cittadino consumatore è incluso dentro alle regole del “fare la fila” e del tenersi a distanza durante la spesa o lo shopping; il cittadino volontario è ricompreso dentro ai protocolli del servizio che eroga a utenti, e così via.

Ogni organizzazione, in sintesi, include una specifica parte del comportamento individuale, dentro al suo modo di funzionamento specifico e ne regola azioni ed esperienze. Sono perciò le organizzazioni a dover essere responsabili nel co-produrre o recepire i protocolli di intesa e nel farli rispettare ai loro membri “in vece” della società intera che viene qui rappresentata dalle istituzioni governative statali o territoriali che dialogano con le loro controparti (sindacati, organizzazioni datoriali, sportive, dei consumatori, etc.) per creare o co-creare i protocolli.

2. La vita quotidiana

Ma oltre a tutto questo rimane una parte rilevantissima del comportamento dei cittadini che non è codificabile nei loro ruoli di membri di organizzazioni o utenti delle stesse. È tutta la parte di vita quotidiana informale – dalla vita in famiglia, ai rapporti con gli amici, al comportamento nel tempo libero (dalla passeggiata, alla corsetta da soli, fino all’organizzazione del week end, alla chiacchiera per strada, e così via). Sono questi spazi privati (dove non vige una regolazione efficace: certo si può vivamente consigliare ai membri delle famiglie di mantenere le distanza in casa, ma nessuno comunque potrà mai verificarlo, a meno di non installare videocamere in ogni abitazione!) o pubblici (dove la regolamentazione è piuttosto lasca e molto costosa: certo si possono mandare pattuglie di polizia a controllare se i ciclisti non stanno troppo vicini quando sono “in scia”, ma già questo utilizzo di forze dell’ordine, non utilizzate per altro, provocherebbe non poche polemiche).

Riemerge proprio in questa zona di normale “indifferenza” sociale – nel senso di comportamenti lasciati liberi fino a che non provochino problemi ben identificabili – il tema della responsabilità personale. E tutti sappiamo quanto conti il suo esercizio (o meno), per la trasmissione di un virus che passa facilmente in situazioni di vicinanza dei corpi.

3. Perché essere responsabili?

Chi chiede a questi cittadini di essere responsabili? Da dove partono gli appelli a comportarsi responsabilmente? Da quel che si è potuto osservare, sono gli attori politico-governativi (a tutti i livelli) e i comitati tecnico-scientifici a richiamare i cittadini, con comunicazioni diffuse dai mass media (dalle news, a pubblicità specifiche, fino alla classica auto con megafono che passa per i quartieri). Perché proprio da questi vertici e non da altri?

E dunque: cosa ci dicono queste poche osservazioni, non tanto del valore della responsabilità, ma della società in cui viviamo? Rispondo a questi quesiti a partire dalla distinzione tra integrazione sistemica e sociale. Con la prima (sistemica) indico l’integrazione tra diversi sottosistemi della società (che operano basicamente mediante organizzazioni formali); con la seconda (sociale) indico invece la integrazione tra la società (i suoi sottosistemi e le organizzazioni) e la individualità delle persone (la loro agency auto-determinata, con i conseguenti problemi di motivazioni a comportarsi in modo socialmente responsabile); e con integrazione indico il legame che vincola (e abilita) l’inter-operatività tra queste diverse realtà. Integrazione significa che se succede qualcosa in un sistema si hanno reazioni anche sull’altro, che deve poi operare a partire da questa nuova situazione.

Si tratta quindi di pensare il legame tra integrazione sistemica e sociale, laddove ci si appella alla responsabilità. (continua).

Immagine: it.freepik.com

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