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“CAMBIARE IL RATING”: UNA PROSPETTIVA INNOVATIVA PER LA FINANZA DEL WELFARE RESPONSABILE

Intervista ad Amedeo Manzo, membro dell’Advisory Board del WR e Presidente della Banca di Credito Cooperativo di Napoli (a cura di Gennaro Iorio e la sede territoriale di Salerno).

In questa intervista Manzo, ripercorre alcune tappe della sua esperienza, partita undici anni fa, alla guida della prima Banca di Credito Cooperativo costituita direttamente in una grande metropoli. Le difficoltà iniziali, tra lo scetticismo dei più e la strategia che ha permesso di raggiungere i risultati attuali. La centralità delle relazioni sociali, al di là dei numeri e degli algoritmi, è la chiave di volta per un insediamento su un territorio non facile, in cui partendo da una raccolta di capitali di piccole dimensioni si è passati a sostenere iniziative di welfare e solidarietà innovative.

Presidente Manzo, qual è la situazione attuale della sua istituzione finanziaria e ci racconta come è nata?

La BCC di Napoli è una delle 136 banche che compongono il capitale sociale del Gruppo Bancario Cooperativo ICCREA. Abbiamo costituito la società nel 2006 e ottenuto l’autorizzazione a operare nel 2008 e quindi abbiamo aperto la sede l’anno successivo. Il pareggio contabile è stato raggiunto già nel 2011, e quindi abbiamo cominciato a fare utili e quest’anno nell’ultimo bilancio triplichiamo gli utili rispetto all’anno prima, quando a sua volta li avevamo raddoppiati. Ma all’inizio le cose sono state difficili: quando abbiamo aperto eravamo in piena crisi “Lehman Brothers” a cui si aggiungeva la crisi dei rifiuti e iniziava un periodo di crisi e sfiducia.

Inoltre c’era la perplessità di molti sulla possibilità di applicare un modello come quello del credito cooperativo in un contesto metropolitano, per di più al Sud. Il credito cooperativo infatti nasce nelle valli, nelle provincie, nei piccoli centri, perché in quei contesti la relazione anche personale è più sviluppata.

Come è stato possibile superare questo preconcetto e insediarsi in quest’area?

In primo luogo, abbiamo avuto il sostegno a livello nazionale del presidente di Federcasse, Alessandro Azzi, a Roma. E poi siamo tornati a Napoli e siamo partiti con quello che oggi si chiamerebbe crowdfunding, o magari anche solo colletta, fatta con 1.500 persone o poco più, alle quali andai personalmente a chiedere piccoli o grandi contributi. All’inizio si è partiti con poco, con investimenti di uno, due, tre, cinquemila euro. Però grazie a questa fiducia iniziale, siamo arrivati agli attuali 4.300 soci e a quintuplicare il patrimonio.

Il segreto risiede nei rapporti di fiducia ma non solo: nell’area napoletana ci sono alcune criticità ma anche tante opportunità. Uno dei grandi ospedali pediatrici della città (il Policlinico) ci chiese di aiutarli ad acquistare un macchinario molto costoso. Noi non avevamo tutti i soldi ma abbiamo fatto scattare una grande gara di solidarietà, a partire dai soci. Alla fine ci siamo riusciti e poi è successo che c’è stato un processo di emulazione: le grandi banche presenti sul territorio, che si sono sentite state chiamate in causa, hanno deciso di moltiplicare la nostra donazione.

Questo presenta anche dei risvolti positivi per il territorio…

Certo: fino a poco tempo fa, molte famiglie non trovando qui queste apparecchiature ed erano costrette a emigrare al Nord. E considerando i costi anche di soggiorno erano costrette a chiedere prestiti, se non peggio a rivolgersi all’usura. Tra l’altro, noi eravamo stati i primi a firmare una convenzione nel 2009 con il Prefetto di Napoli sulla legge antiusura e antiracket. Perché questo è lo spirito che ci anima: pensi che in Italia la prima cassa rurale artigiana è stata fondata nel padovano proprio per evitare i prestiti a usura.

Ci può fare altri esempi di iniziative che avete finanziato con finalità sociali?

La nostra vocazione si è espressa in centinaia di iniziative, dal campo sanitario a quello sportivo, culturale, artistico, musicale, scolastico. Ma c’è stato anche un percorso di inclusione attraverso l’adozione di sei ragazzi che il Tribunale di sorveglianza di Napoli aveva affidato alla Palestra Maddaloni a Scampia, per un periodo di recupero. Noi li abbiamo sostenuti per tre anni con un contributo che gli dava una dignità e per evitare che tornassero a sbagliare. Con un pizzico di orgoglio dico che cinque siamo riusciti a salvarli.  Oggi uno lavora in una pizzeria, un altro in un’impresa di costruzioni, un altro in un supermercato… Noi gli davamo 500 € a testa, cioè 3.000 al mese, che per una piccola banca non sono poco, perché in tre anni sono 100.000 €.

A parte il tessuto sociale che evidentemente ha risposto alla vostra proposta, come giudica il sistema bancario nel suo insieme? Favorisce una finanza responsabile?

Uno dei passaggi decisivi è stata la riforma delle banche di credito cooperativo, quella del governo Renzi. Alla fine, anche grazie al contributo del mondo cooperativo, ci ha aiutato. Però è successo anche che la riforma codifica, dà una pagella alle banche in base a una serie di fattori concordati con l’organo di vigilanza europea; perché, essendo un gruppo bancario e sviluppando un consolidato, veniamo vigilati non dalla Banca d’Italia ma da quella europea. Questo purtroppo si traduce in una serie di norme che prescinde da un ragionamento sulla diversità delle banche ma crea una taglia unica, per cui la grande banca internazionale ha le stesse regole della BCC di Napoli.

Perché la riforma attenua il valore assoluto alle quantità e sottolinea l’importanza della qualità: quindi non conta solo più quanto capitale hai, ma anche gli indici di performance, il coefficiente di adeguatezza patrimoniale, il capitale libero dai rischi, il livello di sofferenze nette, indipendentemente dal fatto che i tuoi impieghi siano di cento milioni o un miliardo di euro.

E come fa una banca piccola a sostenersi e a sviluppare iniziative di solidarietà sul territorio?

È una questione anche di vocazione. Secondo me, il mondo bancario stava lasciando la centralità dell’uomo e sviluppava esclusivamente il percorso dell’algoritmo. Fino a codificare le persone tra buoni e cattivi e quindi decidendo anche soltanto in base all’aspetto quantitativo o all’aspetto algoritmico, senza valutare e ascoltare la storia, le prospettive e le angosce, ma anche le opportunità e le potenzialità.

La nostra proposta si basava su un concetto diverso, quello di “rating umano”: questa idea ha prodotto, dopo lo sconcerto generale e l’iniziale perplessità, uno dei più bassi livelli di sofferenze nette in Italia. Cioè la BCC di Napoli oggi, con il suo bilancio certificato, ha il più basso tasso di sofferenze nette, cioè lo 0,64%. Il 99,36 % dei nostri clienti è puntuale con i pagamenti. Lo 0,64% è di solito composto da gente che ha avuto un piccolo incidente di percorso ma noi, invece di pignorare gli immobili e venderli all’asta, li accompagniamo e alla fine anche questo 0,64% diventerà un recupero, piuttosto che un faldone in tribunale che magari non porta a nulla.

In che senso questa finanza è compatibile con la proposta del Welfare responsabile?

Le faccio un esempio: lo scorso anno abbiamo finanziato più di centro start-up. Le statistiche dicono che la maggior parte fallisce entro cinque anni. Il problema è che spesso falliscono perché non hanno risorse finanziare, non perché non hanno idee. Allora noi abbiamo cercato di analizzare le idee e premiare quelle innovative. Di queste nostre start-up il 58% è tale, cioè ha ottenuto la certificazione del Registro delle imprese che hanno fatto una cosa nuova.

Prima di importare i cervelli cerchiamo di trattenerli e, dopo averli trattenuti, cerchiamo di dargli un’opportunità e infine facciamo in modo che non ci sia un default. Per fare questo ci vuole tempo.

Questa attività, fatta anche in collaborazione con l’Università di Napoli, ha prodotto quest’anno 3.000 posti di lavoro e produce attività di welfare responsabile, perché il passo avanti è la considerazione di una chiara responsabilità della finanza, introducendo come fattore chiave lo sviluppo sociale ed economico a scapito di una finanza per la finanza.

Questa è anche un po’ la missione del credito cooperativo, nella filosofia della centralità della persona: la gente ha bisogno di parlare e per parlare ci vuole tempo. Quando io ho parlato del “rating umano”, alcuni pensavano fosse un modo per dare soldi a tutti ma, in effetti, è un modo per dare soldi a chi merita e chi valorizza una serie di parametri che non sono soltanto algoritmici, non solo i numeri.

Un rating diverso ma che parte dal presupposto della centralità della persona e dell’importanza della responsabilità sociale, e che al suo interno ha tanti pesi: il rating di legalità, e cioè valutare la tua attitudine a rispettare le regole; il rating ambientale e quindi capire se sei in regola con le norme o se sversi i fanghi nei fiumi… Il rating previdenziale, il rating tributario ed altri. E queste cose vanno verificate in loco. Invece, l’organo di vigilanza europeo vorrebbe che le banche finanziassero prevalentemente in base ai bilanci: ma i bilanci propongono il passato. Io devo dare i soldi a qualcuno che me li ridarà nel futuro, quindi l’analisi che dovrei fare non è solo sul passato.

In un’economia dove ogni giorno i mercati fluttuano, devo andare a capire se questa impresa tra dieci anni ci sarà ancora; quindi più che il bilancio vecchio dovrei leggere il business plan, ma le banche non hanno l’attitudine a leggerlo e interpretarlo perché tutti i modelli di rating sono strutturati prevalentemente sull’aspetto quantitativo. E questo forse spiega perché in America falliscono cento banche che pure rispettano l’algoritmo.

Image by Nattanan Kanchanaprat from Pixabay

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