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NUOVI ORIZZONTI INTERPRETATIVI IN TEMA DI WELFARE RESPONSABILE

Introduzione

Il saggio di Walter Schneider La grande livellatrice. Violenza e disuguaglianza dalla preistoria ad oggi (Il Mulino, Bologna, 2019) offre una pista di riflessione che investe, anche se indirettamente, la tematica del Welfare Responsabile.

Schneider studia l’umanità, preistorica e storica, dal punto di vista dell’eguaglianza, più specificamente analizza i processi di distribuzione e redistribuzione del reddito e della ricchezza che hanno concorso a strutturare le società umane nel corso dei secoli. La sua tesi è che la riduzione delle diseguaglianze, particolarmente nelle epoche moderna e contemporanea, è – nella sua essenza – il portato non già, come pretende il senso comune democratico-costituzionale, di un processo razionale, continuativo ed espansivo nel quale rifulgerebbero i principi della modernità politica e sociale. Al contrario la riduzione delle diseguaglianze è il prodotto di alcuni tipi di eventi storici che sono contingenti, destabilizzanti e fonti di “distruzione creatrice”. Nelle parole di Thomas Piketty, in Il capitale nel XXI° secolo: “In larga misura la riduzione delle diseguaglianze durante il secolo scorso è il prodotto caotico delle guerre e dei dissesti economici e politici che esse hanno comportato; non il prodotto di uno sviluppo graduale, consensuale e armonico. Nel XX° secolo sono state le guerre a fare tabula rasa del passato, non certo la pacifica razionalità democratica ed economica” (Piketty, 2016: 418).

Chiediamoci ora perché questo approccio di Schneider è pertinente e stimolante per la complessiva tematica del welfare. Per due ragioni. Prima: lo studio di Schneider verte su una dimensione fondamentale della tematica welfarista: le politiche redistributive che danno luogo allo stato sociale, il Welfare State. Seconda: Schneider scopre che, in sede di massima generalizzazione storica, le prestazioni di welfare sono il prodotto di eventi contingenti e fluttuanti. Ma applica la scoperta di questo rapporto causale soltanto a una delle due aree in cui si ripartisce la politica del welfare: la sfera economico-sociale; mentre omette di considerare l’altra area d’intervento del welfare, la sfera solidarista. Di conseguenza, trascura di rilevare e persino di ipotizzare che, a livello di massima generalizzazione storica, anche gli interventi del welfare solidarista, esattamente come quelli del welfare redistributivo, costituiscono il prodotto di eventi contingenti e fluttuanti. In tal modo Schneider mostra di misconoscere la fecondità teorica della sua scoperta, proprio nell’ambito di quella sfera solidarista alla quale appartiene il Welfare Responsabile.

Tiriamo le fila della nostra argomentazione. La tesi di Schneider giustifica il programma del presente contributo: la ricognizione dei fattori storici contingenti che hanno prodotto gli interventi di welfare nella sua sfera solidarista. Questa ricognizione si rivelerà proficua per individuare una peculiare linea di riflessione in tema di Welfare Responsabile.

Tratterò nella prima sezione, la causalità storica della riduzione delle diseguaglianze evidenziata da Schneider con riferimento alla sfera economico-sociale del welfare; e nella seconda sezione, la causalità storica degli interventi di welfare con riferimento alla sfera solidarista. Accennerò in conclusione ai sentieri di ricerca in tema di Welfare Responsabile che sono suggeriti dalle analisi richiamate in precedenza.

I) La dimensione economico-sociale del welfare: la fluttuazione del potenziale redistributivo

Richiamo la tesi di Schneider. Le forze che hanno causato una diminuzione della diseguaglianza in gran parte del mondo corrispondono a quattro tipi di rotture violente che hanno appiattito la diseguaglianza: 1) la guerra, più propriamente quella specie totalizzante di guerra che si caratterizza per la mobilitazione generale della popolazione; 2) la rivoluzione, più propriamente quella specie di rivoluzione – Schneider la definisce “rivoluzione trasformativa” – che si caratterizza per lo sradicamento ab imis fundamentis dell’ordine sociale e la creazione di un ordine nuovo; 3) il crollo dello Stato; 4) Le pandemie letali. Questi “quattro cavalieri” dell’Apocalisse, proprio come le loro controparti bibliche, vennero a “togliere la pace dalla terra” e a “sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra” (Ap., 6, 48). Questi “eventi fatali”, innanzitutto la guerra totale e la “rivoluzione trasformativa”, hanno dispiegato tutta la loro forza livellatrice particolarmente nel XX° secolo, allorché diedero luogo a una redistribuzione senza precedenti di reddito e di ricchezza. Una redistribuzione, peraltro, che ha esaurito la carica propulsiva quando l’epoca della guerra e della rivoluzione totali è andata esaurendosi nel tardo Novecento. Illustriamo questi fattori di riduzione delle diseguaglianze.

1) La guerra

Per livellare le disparità di reddito e di ricchezza era necessario che la guerra coinvolgesse l’intera società, mobilitando persone e risorse secondo una scala che spesso era alla portata soltanto degli stati-nazione moderni. Ciò spiega perché le due guerre mondiali sono state tra le più grandi livellatrici della storia: la distruzione fisica provocata dalla guerra su scala industriale, la tassazione confiscatoria, l’intervento dello stato in economia, l’inflazione fuori controllo, l’interruzione dei flussi globali di beni e capitali contribuirono a spazzare via la ricchezza delle élite e a redistribuire le risorse. Le due guerre mondiali svolsero un ruolo catalizzatore nell’uniformare i cambiamenti politici, fornendo un potente impulso alla estensione del diritto di voto, alla sindacalizzazione nonché all’estensione dello stato sociale. Questi shock portarono alla “Grande compressione” del periodo 1910-1950: si è trattato di un’enorme attenuazione delle diseguaglianze di reddito e della ricchezza per i paesi sviluppati coinvolti nelle due guerre mondiali.

2) La rivoluzione trasformatrice

Essa è stata generata dalle guerre mondiali: i conflitti interni solitamente non riducono le diseguaglianze, occorre invece una ristrutturazione della società eccezionalmente violenta e intensa per ottenere una riconfigurazione dell’accesso alle risorse materiali. Il livellamento delle diseguaglianze raggiunse quote altissime con le espropriazioni, le redistribuzioni e le collettivizzazioni operate dai regimi comunisti. La carica “trasformatrice” di queste rivoluzioni fu accompagnata da straordinarie violenze, che finirono per eguagliare le guerre mondiali in termini di vittime e di miserie umane. Rotture molto meno sanguinose, quali la Rivoluzione francese, svolsero una funzione livellatrice corrispondentemente modesta.

3) Il crollo degli Stati

La violenza ha la capacità di distruggere completamente gli Stati: ora, il crollo della istituzione statuale e il collasso del sistema politico sono mezzi di livellamento particolarmente efficaci. Ciò perché i più abbienti sono quasi sempre posizionati al vertice della gerarchia politica o nelle sue prossimità. Pertanto quando gli Stati collassavano i più abbienti avevano molto più da perdere: il declino o l’azzeramento del reddito e della ricchezza delle élite comprimevano la distribuzione complessiva delle risorse. In sintesi, il crollo della Stato porta ai suoi estremi logici il principio del livellamento con mezzi violenti. Invece di conseguire la redistribuzione e il riequilibrio attraverso la riforma delle istituzioni politiche esistenti, il crollo dello Stato realizza questo obiettivo in modo più radicale.

4) Le pandemie letali

In passato, peste, vaiolo e morbillo hanno devastato interi continenti con una forza maggiore di quanto avrebbero potuto sperare i più grandi eserciti e i più ferventi rivoluzionari. I microbi comportavano infatti la perdita anche di un terzo, e persino metà, della popolazione. Effetti redistributivi di queste distruzioni umane sono state la scarsità della manodopera e il conseguente aumento del prezzo di questo bene rispetto al capitale non umano. Questi processi ebbero un effetto redistributivo perché la situazione dei lavoratori migliorava in conseguenza dell’ascesa dei salari reali e della riduzione delle rendite.

Un effetto cruciale dei processi di redistribuzione di reddito e di ricchezza innescati in particolare dalle guerre mondiali, soprattutto dalla Seconda Guerra mondiale, è lo spostamento dell’obiettivo della mobilitazione della popolazione verso la domanda di servizi sociali. Questo orientamento costituiva la premessa dello sviluppo dello stato sociale. Invero il cataclisma di due guerre mondiali ha accelerato il corso della politica sociale, poiché la necessità di una riforma postbellica e di disposizioni sul welfare redistributivo è stata apprezzata dall’intero spettro politico, anche come mezzo per rafforzare il morale della popolazione.

Occorre certamente avere presente che lo stato sociale, Welfare State, non nasce all’indomani del secondo conflitto mondiale; per vari decenni prima del 1914 numerosi paesi occidentali avevano iniziato a introdurre la legislazione sulla sicurezza sociale e le imposte sul reddito e sui patrimoni, a estendere il diritto di voto e a consentire le organizzazioni sindacali. Sebbene questi sforzi fossero modesti rispetto agli standard delle generazioni successive, essi gettarono le basi istituzionali e ideologiche per la nascita e l’espansione delle istituzioni redistributive e dello stato sociale, che si svilupparono successivamente.

Ma anche ammesso tutto questo, senza l’impatto dirompente esercitato dal ciclo di guerre mondiali e “rivoluzioni trasformatrici” intercorrente tra il 1914 e gli anni Quaranta – nello specifico, senza: la distruzione e la svalutazione del capitale (tramite un’inflazione che a volte raggiunse picchi del 10.000%, le nazionalizzazioni e il controllo sulle rendite), una redistribuzione fiscale drastica, basata su massicce imposte patrimoniali; e gli svariati interventi e pianificazioni dello Stato nella sfera economica, l’interruzione della globalizzazione dopo il 1914 che bloccò i flussi commerciali e del capitale – la diseguaglianza di reddito e di ricchezza non sarebbe crollata allo stesso modo di quanto accadde tra il 1914 e la fine degli anni Quaranta. Insomma: la riduzione della diseguaglianza che è inerente allo sviluppo delle prestazioni di stato sociale nei paesi sviluppati è inspiegabile senza il riferimento a un evento irriducibilmente contingente ed episodico come la guerra.

II) La dimensione solidarista del welfare: la fluttuazione del capitale sociale

Nell’ambito di quel settore degli interventi di welfare, che è designabile come solidarista, il fattore contingente e fluttuante dal quale dipende la prestazione di welfare non è rappresentato dall’evento storico della guerra o della rivoluzione, bensì dall’evento della diffusione, o meno, del capitale sociale. Occorre precisare che, seguendo Niall Ferguson in Il grande declino (2013), attribuisco al lemma “capitale sociale” una connotazione empatico-morale piuttosto che una connotazione utilitaria, propria della nozione canonica di capitale sociale formulata dal sociologo James Coleman.

Robert Putnam, in Capitale sociale e individualismo. Crisi e rinascita della cultura civica in America (2004), ha quantificato l’andamento fluttuante del capitale sociale negli Stati Uniti, nel corso del secolo scorso, assumendo come unità di misura indicatori del seguente tenore: quota di uomini e donne che hanno ricoperto un qualsiasi ruolo di rilievo in qualsiasi associazione, numero degli incontri di club ogni anno a cui hanno preso parte i cittadini americani, partecipazione religiosa nelle chiese e nelle sinagoghe, appartenenza alle associazioni sindacali, numero delle associazioni genitori-insegnanti. Ora, tutti questi indicatori della presenza e della diffusione del capitale sociale hanno mostrato valori alti, indici di un’ascesa del capitale sociale, durante i decenni centrali del secolo scorso, e valori bassi, indici di un declino del capitale sociale nei decenni successivi. Va, peraltro, riconosciuto che le recenti generazioni sono state pienamente consapevole di tale declino di capitale sociale. Dei baby boomers intervistati nel 1987, il 53% riteneva che la generazione dei loro genitori fosse stata migliore per quanto concerne: “l’essere cittadini interessati, coinvolti nell’aiuto verso il resto della comunità”. Ben il 77% affermava che il paese era peggiorato in seguito al minor coinvolgimento nelle attività della comunità.

In sintonia con Putnam, Theda Skocpol in Diminished Democracy (2003) rileva in America il calo delle organizzazioni – Lions, Rotary, Elks – che avevano contribuito in passato ad amalgamare classi sociali ed economiche differenti di americani. A sua volta Charles Murray in Coming Apart (2012), sostiene che il crollo della vita associativa religiosa e laica tra le comunità operaie è uno dei fattori chiave dell’immobilismo sociale e della crescente diseguaglianza sussistenti oggi negli Stati Uniti.

Il nesso tra guerra e prestazioni di welfare, che al paragrafo precedente è stato considerato con riferimento alla dimensione redistributiva del welfare, si ritrova, in differenti modalità, con riferimento alla dimensione solidarista del welfare stesso, più specificamente con riferimento alla disponibilità di capitale sociale. Nelle parole di Putnam: “la seconda guerra mondiale è stata all’origine di una imponente manifestazione di patriottismo e di solidarietà collettiva; alla fine della guerra quelle energie vennero riconvertite nella vita di comunità. I due decenni successivi sono stati testimoni di uno dei periodi più vitali della storia degli USA per quanto concerne l’impegno a favore della collettività. L’ampiezza di una tale esplosione di civismo ha abbracciato di fatto tutte le organizzazioni ufficialmente riconosciute” (Putnam, 2004: 67).

Il Regno Unito ha conosciuto una parabola del capitale sociale analoga a quella degli Stati Uniti appena considerata e nello stesso arco di tempo. Ferguson, nell’opera citata, si riferisce all’andamento del numero e della quantità di soci delle friendly societies (come i circoli operai) e delle associazioni previdenziali – oltreché a soggetti economici come le associazioni industriali e società di credito immobiliare. Queste associazioni toccarono l’apice nel 1914, che contava 36.010 di queste associazioni; il numero massimo di aderenti ad esse – 33.800.000 – fu raggiunto nel 1908; si consideri, per dar conto dell’imponenza di questi numeri e quindi del capitale sociale che essi riflettono, che nel 1901 l’intera popolazione del Regno Unito ammontava a poco più di 44 milioni. Nel 2001 il numero delle dette associazioni era sceso a 12.000.

Il declino del capitale sociale britannico si è accelerato nei decenni più recenti: la percentuale di coloro che si dichiarano soci di una o più organizzazioni volontarie è crollato dal 52% del 1981 al 43% del 1991; è crollata altresì l’adesione tanto ai partiti e ai sindacati quanto agli enti caritatevoli. A Report on the 2009-2010 Citizenship Survey del 2011 fornisce una serie di indicatori di un cospicuo declino del capitale sociale. Tra questi indicatori spiccano i seguenti: la percentuale di coloro che si sono dedicati informalmente al volontariato è scesa al 29% rispetto al 35% dell’anno precedente; la percentuale di coloro che hanno prestato informalmente aiuto almeno una volta all’anno è scesa al 54% rispetto al 62% dell’anno precedente.

Quali insegnamenti per lo studio del Welfare Responsabile?

Come abbiamo dimostrato, gli autori richiamati in questo testo – Schneidel, Putnam, Murray, Ferguson, Skocpol – forniscono un supporto empirico alla tesi che le politiche di welfare, tanto sul versante della redistribuzione di reddito e ricchezza quanto sul versante solidarista (nell’ambito del quale si colloca tra gli altri anche il Welfare Responsabile), dipendono da fattori storici contingenti e fluttuanti. Questa tesi giustifica un orientamento di ricerca scandito in due tempi. In primo luogo, un inventario e una mappatura di tutti quei soggetti di welfare che sono classificabili come manifestazioni di Welfare Responsabile. In secondo luogo, un’analisi storica del capitale sociale che di volta in volta si traduce e si concretizza nelle attività di quei soggetti di welfare. Questa proposta di ricerca ha il pregio di problematizzare ciò che si evita di problematizzare: il postulato implicito di ogni ricerca su questa tematica, secondo cui il contesto democratico-costituzionale garantisce un ambiente intrinsecamente e permanentemente favorevole alla nascita e alla crescita della società civile in genere e dei soggetti di welfare in specie. Insomma, è una storia del Welfare Responsabile, più specificamente una ricognizione della parabola del capitale sociale nell’accezione di Ferguson, lungo il XX° secolo e i primi decenni del XXI° secolo, quella che oggi ci manca. È una lacuna da colmare.

Riferimenti bibliografici

COLEMAN J. S. (1998), Social capital in the Creation of Human Capital, in “American Journal of Sociology”, 94, pp. 95-120.

FERGUSON N. (2012), Come crollano le istituzioni e muoiono le economie, Mondadori, Milano.

MURRAY C. (2012), Coming Apart: The State of White America 1960-2010, Crown Publishing Group, New York.

PIKETTY T. (2014), Il capitale nel ventunesimo secolo, Bompiani, Milano.

PUTNAM R. (2004), Capitale sociale e individualismo, Il Mulino, Bologna.

RUTHERFORD,R  (2012), Comunity Action in England, A Report on the 2009-2010 Citizenship Survey, in FERGUSON, Come crollano le istituzioni e muoiono le economie, Mondadori, Milano, p. 98.

SCHEIDEL W. (2019), La grande livellatrice. Violenza e disuguaglianza dalla preistoria ad oggi, Il Mulino, Bologna.

SKOCPOL T. (2003), Diminished Democracy: From Membership to Management in American Life, Norman, OK.

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