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ANNO 2019, INDICATORI DEMOGRAFICI: CHE C’È DI NUOVO?

Il quadro che l’Istat ci consegna in questi giorni (link), relativamente alla dinamica demografica italiana del 2019 non mostra, purtroppo, nessuna novità.

La popolazione italiana è afflitta da un processo di senescenza e di contrazione avviatosi da tempo e motivato prevalentemente dal calo della natalità: nel 2019 si registra il più basso numero assoluto di nati in Italia, appena 435mila, corrispondente a un tasso pari al 7,2 per 1000 residenti. Per contro, la mortalità appare in tendenziale aumento (10,7 per 1000), alimentata da generazioni anziane sempre più folte grazie al progressivo allungamento della durata media della vita (81 anni per i maschi e 85,3 per le femmine) (Figura 1).

Figura 1 Tassi di natalità e mortalità (per 1000 residenti). Italia 2002-2019

Fonte: Istat, http://demo.istat.it/altridati/indicatori/index.html

 

È del tutto evidente come la combinazione di questi due fenomeni abbia un effetto più che additivo sul rapporto numerico tra le diverse componenti della popolazione, ma è altrettanto evidente come essa indebolisca ulteriormente i già fragili rapporti numerici e di dipendenza tra chi lavora e produce e chi invece è a carico, con conseguenze drammatiche sui diversi piani in cui il rapporto tra le generazioni è coinvolto.

In questo generale quadro, l’apporto dei flussi in ingresso per migrazione (al netto dei flussi in uscita), appare decisamente contenuto (143mila unità) e poco influente in termini quantitativi.

Gli antefatti

Natalità e fecondità

Benché la propensione a fare figli (fecondità) non sia diminuita (nel 2019 rimane attestata a 1,29 figli per donna), la rilevante riduzione del numero di nascite si deve a due fattori: il primo riguarda la già contenuta numerosità delle potenziali madri (l’effetto del calo della fecondità da 1976 al 1995 si osserva oggi tra le madri di 24-43 anni); il secondo riguarda lo slittamento in avanti (quando non si traduce in una rinuncia definitiva) dell’età media alla maternità, e in particolare al primo figlio (31,2 anni nel 2018).

Va osservato che circa un quinto dei nati (85mila) è di madre straniera; va inoltre notato che, benché la loro fecondità sia decisamente più elevata (1,89 figli per donna), appare in tendenziale calo, con riflessi anche sull’età media al parto, anch’essa in rialzo.

L’allungamento della sopravvivenza

L’allungamento della sopravvivenza è di per sé un fattore positivo (soprattutto se in buona salute), tuttavia incide pesantemente sull’ingrossamento delle classi d’età più anziane, oltre che, sul piano contabile, sull’aumento del numero annuale dei decessi.

Il contributo delle migrazioni nette

Sul fronte del saldo migratorio netto, si registra un ulteriore calo, rispetto agli anni più recenti: 143mila unità nel 2019. Ciò si deve sia a una riduzione dei flussi in ingresso (307mila, di cui l’86% di cittadini stranieri), sia a un aumento dei flussi in uscita dal paese (164mila, di cui il 73% di cittadini italiani).

Quali conseguenze

Come anticipato, il processo di senescenza che la popolazione italiana sta vivendo, colto dalla riduzione della natalità e dall’aumento della sopravvivenza, ha importanti conseguenze che si possono sintetizzare negli indici di dipendenza (Figura 2).

 

Figura 2 Indici di dipendenza. Italia 2002-2020
Fonte: Istat, http://demo.istat.it/altridati/indicatori/index.html

La serie dal 2002 mostra una crescente dipendenza complessiva (la somma delle due componenti), che raggiunge oggi il valore di 58,5 persone in età dipendente (non superiore ai 14 anni o non inferiore ai 65) per 100 persone in età attiva (15-64 anni). Il dato più interessante è che dal 2015 la dipendenza giovanile sta diminuendo mentre quella senile è in costante aumento.

L’interpretazione di questo indicatore, in termini di welfare, lascia spazio ad alcune considerazioni. La più scontata è che stanno crescendo i bisogni di welfare dedicato alla popolazione anziana, mentre stanno diminuendo i bisogni di welfare per la popolazione più giovane. In un’ottica di lungo periodo, tuttavia, questa visione appare miope quando ci si interroga su quali generazioni, già nei prossimi anni, saranno chiamate a sostenere i costi del welfare. L’assottigliamento delle leve che entrano nella popolazione si tradurrà in una contrazione della futura popolazione attiva, mentre d’altro canto, le generazioni anziane saranno, ancora a lungo, molto consistenti. Fatti salvi gli aggiustamenti legati alla mortalità e alle migrazioni, il prossimo futuro è già scritto: i ventenni del 2029 sono questi 435mila nati nel 2019, e così per tutte le età successive.

In questa prospettiva, appare auspicabile che le diverse generazioni della popolazione trovino un terreno d’incontro, perché più che mai la solidarietà intergenerazionale si pone come condizione indispensabile per la tenuta del sistema e la pace sociale.

A parere di chi scrive, in questo meccanismo occorre rivalutare il ruolo della famiglia, un’istituzione (tanto denigrata) a cui l’Italia tuttavia deve molto, per il ruolo di ammortizzatore che nella nostra società ha sempre svolto e che continua a svolgere, contribuendo al welfare sia nei confronti dei figli, sia nei confronti dei nonni. D’atro canto, il sistema dovrebbe affiancare e supportare le famiglie, sia nella cura dei figli (misure di conciliazione dei tempi lavoro-famiglia, asili nido, tempo pieno a scuola ecc.), sia nella cura degli anziani (per esempio promuovendo le famiglie che si fanno carico dei propri anziani, sostenendo le azioni di welfare locale di assistenza domiciliare integrata, ecc.).

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