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LA RESPONSABILITÀ NELLA STORIA ECONOMICA E SOCIALE

Imprenditorialità, impresa, ceto dirigente nell’Italia del secondo dopoguerra

di Mario Taccolini* e Giovanni Gregorini**

Continua la riflessione della Rete Welfare Responsabile sul tema della responsabilità, come categoria non solo sociologica. Mario Taccolini e Giovanni Gregorini, Università Cattolica, propongono un contributo a partire dalla storia economica e sociale. La versione completa del contributo è disponibile in formato PDF.

  1. Una categoria poco tematizzata

Il tema della responsabilità non viene sistematicamente enucleato nella storiografia economica e sociale contemporanea, che quindi non presenta studi specifici dedicati all’argomento: troppo qualitativo, troppo poco misurabile. Esso compare però in maniera significativa, anzi decisiva, come elemento talvolta sotteso, talvolta esplicitato, nell’interpretazione del ruolo svolto da istituzioni, personalità, culture nei processi di trasformazione anche radicali che si succedono nel corso del tempo.

Basti pensare alle riflessioni valoriali che presuppongono gli studi anche recenti sui sistemi di supporto sociale sia in area urbana che rurale (Maffi, Rochini, Gregorini, 2018; Gregorini, 2016); quelli dedicati al ruolo di servizio allo sviluppo svolto dalle congregazioni religiose nell’Europa del XIX secolo (Maeyer, Leplae, Schmiedl, 2004; Van Dijck, De Maeyer, Tyssens, Koppen, 2012; Rocca, 2014; Taccolini, 2004; Gregorini, 2008); quelli riguardanti la funzione dell’imprenditorialità e dell’impresa nell’affermazione della moderna civiltà industriale (Locatelli, Tedeschi, 2013; Tedeschi, 2014 e 2016).

Proprio a quest’ultimo riguardo, è possibile approfondire il ruolo svolto da una esperienza italiana, fin qui sostanzialmente sconosciuta, ma estremamente importante per i dinamismi culturali avviati e i protagonisti coinvolti, emblematica delle grandi potenzialità rappresentate dal recupero della responsabilità come categoria interpretativa del comportamento dei soggetti sociali, coinvolti nei meccanismi di funzionamento dello sviluppo economico moderno, non esclusi l’imprenditore e l’impresa in dialogo con il ceto dirigente e quindi con gli uomini e le vicende della politica.

  1. Una significativa esperienza italiana: il CESIPI

In questa prospettiva, nel 1964, a Bologna alcuni imprenditori e dirigenti italiani, con il patrocinio del Gruppo emiliano-romagnolo dell’UCID (Unione cristiana imprenditori e dirigenti; Cfr. Tonizzi, 1997), fondavano il CESIPI (Centro studi e informazioni sui problemi dell’impresa), un «organismo nato per avvicinare i cattolici alla cultura di impresa» (Zaninelli, 2004). In questa iniziativa confluivano energie e risorse che intendevano intensificare il dialogo tra mondo imprenditoriale e pensiero sociale cattolico, alla ricerca di nuove modalità di espressione proprio alla metà degli anni Sessanta, ritenendosi non sufficiente l’attenzione che la cultura riformatrice del tempo stava mantenendo su alcuni temi specifici: il rapporto Stato-mercato, e quindi quello tra impresa pubblica e privata; la relazione capitale-lavoro; il dualismo e la programmazione; il rinnovamento del ceto amministrativo e le responsabilità della politica.

C’era spazio, peraltro, per immaginare una nuova iniziativa finalizzata a contribuire a quella “robusta interiorizzazione delle problematiche produttive e di sviluppo” fino a quel momento in molti casi lasciate in secondo piano (anche al convegno DC di San Pellegrino nel 1961), ma ormai esplose nella considerazione sociale e culturale di un tempo nel quale ci si stava confrontando con epocali trasformazioni. Per affrontare tali trasformazioni, bisognava dotarsi di un pensiero aggiornato e di parole competenti: «occorreva dunque garantire la massima circolazione di idee alternative a quelle dominanti» (Cova, 2015).

All’iniziativa non era estraneo Mario Romani, autorevole storico economico della Cattolica e, al tempo stesso, sostenitore del sindacato nuovo nella CISL nazionale, impegnato, «fin dalla metà degli anni Quaranta, perché la cultura sociale tornasse a riflettere sul grande tema della libertà come responsabilità» (Ferrari, 2015). Proprio per raccordare etica della responsabilità e cultura dello sviluppo, di fronte alle sfide della crescita interna e della integrazione dei mercati a livello internazionale, nasceva dunque il CESIPI. Come presidente e vicepresidenti figuravano noti imprenditori attivi soprattutto in Emilia Romagna ed esponenti politici della Democrazia Cristiana. Il comitato direttivo era ricco di personalità di spicco della cultura imprenditoriale nazionale, con una significativa presenza di imprese di Milano, Genova e Torino, ma anche del centro e del sud Italia (Cfr. Mangiardi, 2011 e 2019).

  1. Promuovere la ricerca scientifica sulle imprese

Il primo numero dei “Quaderni” delineava gli obiettivi e i criteri di azione cui il Centro intendeva ispirarsi, ovvero l’indirizzo dei promotori che intendeva: «avvalersi della consulenza di eminenti teologi, sociologi, filosofi, economisti, giuristi (…) per riportare nella coscienza degli uomini e nelle cose della terra l’ordine voluto da Dio» (CESIPI, 1968a).

Il CESIPI si proponeva come centro di ricerca e di formazione, proponendosi di integrare le due irrinunciabili funzioni ed individuando proprio questo dinamica come elemento innovativo e caratterizzante della nuova iniziativa.

Al riguardo si affermava: «Il CESIPI intende anzitutto contribuire a chiarire i problemi che nell’epoca attuale travagliano l’impresa e che attraverso di essa si estendono alla società nella quale l’impresa opera. Esso quindi vuole in primo luogo promuovere la ricerca scientifica sui problemi dell’impresa, sulla sua azione, sul servizio che essa rende alla comunità, sul rapporto che la lega alle altre istituzioni economiche, sulle condizioni tecniche ed umane che ne condizionano l’efficienza. La ricerca sui problemi dell’impresa risente di gravi omissioni in quanto è stata trascurata in passato dalla classe dirigente economica. Si è ritenuto a lungo che nella costruzione di una società economicamente evoluta la priorità spettasse incondizionatamente ai problemi della attrezzatura tecnica ed economica. L’esperienza contemporanea ed in particolare la esperienza italiana dimostrano con grande chiarezza che la efficienza tecnica è componente necessaria ma non sufficiente del progresso di una società civile» (ivi).

Con il CESIPI si intendeva quindi richiamare l’attenzione della classe dirigente economica su questi aspetti, evidenziandone l’alta responsabilità non solo rispetto ai bisogni materiali dell’uomo, cui doveva corrispondere la creazione di lavoro e reddito, ma anche rispetto alla affermazione delle “ragioni” che potevano offrire “significato morale al progresso economico rendendone accettabili i costi”.

Per rimarcare e fissare proprio questi concetti, il secondo “Quaderno” mirava a precisare la centralità strategica di un tema quale quello del rapporto tra classe dirigente e sviluppo economico, quasi a sottolineare l’importanza della considerazione degli elementi di contesto – un contesto complesso ed in radicale trasformazione – per delineare in maniera adeguata lo spazio operativo dell’impresa e dell’imprenditore.

La redazione del testo del nuovo “Quaderno” veniva affidata ad Anacleto Benedetti, il quale prendeva le mosse dalla constatazione della gravità dei problemi che urgeva affrontare nell’ultimo scorcio del decennio Sessanta, a partire “dagli accresciuti conflitti tra le generazioni e tra le classi dirigenti e le classi dirette”. Per intraprendere “le vie del progresso economico e sociale in una società in trasformazione”, erano richiesti soprattutto “apertura di mente e coraggio nel controllo della carta di navigazione”, ovvero lucida e accurata conoscenza della realtà in cui si è immersi.

  1. Le cinque questioni prioritarie

La prima problematica veniva delineava così:

«L’espansione del processo inventivo umano e delle scoperte della scienza promette nuove mete di benessere, aumenta la capacità umana di disciplinare la organizzazione materiale della vita in funzione dei propri ideali. Ma nello stesso tempo apre nuovi problemi e crea nuove responsabilità per quanto concerne il migliore impiego della efficienza. (…) Caduta l’utopia del progresso inevitabile, gli uomini sentono il bisogno di sottomettere i motivi economici della azione ad altri motivi più comprensivi nel quadro del progresso umano, e prendono coscienza più chiara dei fini della collettività e delle condizioni del loro raggiungimento» (CESIPI, 1968b).

Tale tipo di trasformazione nella valutazione “dell’atto economico”, portava con sé conseguenze non marginali nel rapporto tra ceto dirigente politico (incaricato di definire le direzioni generali dello sviluppo) e ceto dirigente economico (che deve cercare le condizioni di impiego efficace delle ricorse scarse), imponendo un ripensamento dei criteri “dell’azione direzionale”, destinati a ricercare le condizioni della massima efficienza nell’impresa da confrontare con gli “obiettivi globali del perfezionamento qualitativo della vita dell’uomo”.

La seconda questione riguardava la ormai conclamata ed ineludibile “interdipendenza reciproca dei sistemi economici ed il nuovo tipo di società internazionale che ne emerge”:

«L’aumento della produttività delle single imprese allarga i mercati e la specializzazione della produzione diversifica gli scambi. Le dimensioni dello spazio economico entro il quale diventa possibile l’impiego razionale delle risorse scarse si allargano costantemente. I confini tradizionali dello Stato-nazione non rispondono più alle esigenze di questo impiego razionale» (Ivi).

Il pensiero esplicitato dal CESIPI riconosceva dunque l’importanza di delineare un quadro sia politico che economico capace di interpretare correttamente e responsabilmente le esigenze della nuova realtà sempre più integrata a livello internazionale, “oltre il pregiudizio della volontà di potenza nazionalistica o razziale”.

Una terza questione coinvolgeva la realtà sempre più vicina e incalzante del sottosviluppo, ovvero della “nuova immagine che il genere umano ha di sé stesso nella prospettiva del rapporto tra aree a differente grado di sviluppo economico”. Secondo Benedetti, la coscienza umana si era “qualitativamente modificata” perché gli uomini avevano preso coscienza in maniera ulteriore “della miseria e della fame” nel mondo, di cui ci si doveva assumere la responsabilità. In questa prospettiva, «la fine dell’isolamento geografico segna la fine dell’indifferenza. L’informazione tende ad unificare il mondo nella coscienza dei traguardi possibili all’azione. Al senso di ribellione ed alla esplosione disordinata della volontà di potere dei popoli nuovi fa riscontro un sentimento di frustrazione ed il presentimento di una minaccia nei popoli evoluti» (Ivi). Era dunque evidentemente riconoscibile l’esigenza di costruzione di un “regime internazionale di cooperazione”, capace di estendere il processo di sviluppo economico “a raggio mondiale”.

La quarta questione riguardava: “il cambiamento sensibile di alcuni atteggiamenti intellettuali”, in grado di impattare sui meccanismi di esercizio del potere dei ceti dirigenti. In tale prospettiva, «per le classi dirigenti sarà sempre più difficile impedire negli uomini la irrequietudine che si accompagna alle domande che non hanno risposta. Dove si elevano le esigenze intellettuali, aumenta il bisogno degli uomini di rivedere criticamente le istituzioni per trasformarle in funzione dei propri ideali ed in particolare aumenta la tendenza a discutere le forme deteriori dell’autoritarismo. Questo atteggiamento è prodotto coerente ed inevitabile della filosofia politica dell’Occidente» (Ivi).

Da ultimo, la quinta questione introduceva il tema delle “inquietudini che si manifestano nelle società in fase di progrediente benessere”. Di fronte ad un progresso economico e sociale ormai evidente, si doveva constatare realisticamente che: «quando il benessere aumenta compaiono negli uomini comportamenti degenerativi che rivelano insoddisfazioni apparentemente ingiustificate. Si direbbe per paradosso che, quando l’uomo cessa di lottare per la sopravvivenza, non riesca a sopportare se stesso senza ubriacarsi, tale è il suo bisogno di ricercare soddisfazioni compensative al di là del benessere economico. Anche limitando la considerazione all’esperienza del nostro paese si può osservare che le ribellioni, le crisi, le espressioni organizzate di irrequietudine si sono moltiplicate quasi col ritmo stesso col quale il benessere è aumentato e si è diffuso» (Ivi).

  1. La responsabilità delle classi dirigenti

Per le classi dirigenti del tempo si delineava quindi una nuova e grande responsabilità, quella di riconoscere nell’uomo “produttore e consumatore” anche l’uomo “cittadino”, che cerca con fatica “di sopportare le sofferenze ed il mistero della vita”.

Di fronte a questi aspetti che connotavano il contesto economico e sociale in profonda trasformazione, a fronte, dunque, di una realtà “che evolve e si complica”, il “Quaderno n. 2” del CESIPI proponeva come prioritarie alcune linee di aggiornamento dell’azione direzionale, capaci di adeguare i criteri di pensiero e di azione delle classi dirigenti rispetto alla realtà “in movimento”. In particolare, ne venivano individuate quattro.

La prima riguardava: «l’esigenza di impiegare creativamente i nuovi risultati della produzione scientifica a servizio dell’uomo nel quadro di priorità e motivazioni accettabili. La società di domani richiede menti creative che sappiano elaborare metodi nuovi per migliorare l’organizzazione materiale della vita e renderla conforme agli ideali in cui gli uomini credono, capaci di fronteggiare la emergenza, di perseguire insieme efficienza e sviluppo umano» (Ivi). A tal fine avrebbero giovato ancor più “un atteggiamento confidente verso la scienza”, unitamente a “ispirazione, ideale, sensibilità ai grandi problemi del destino spirituale degli uomini”.

Una seconda direzione di adeguamento dell’azione dei ceti dirigenti, concerneva nell’ “esigenza di creare gli schemi politici, giuridici e organizzativi della cooperazione internazionale”, ritenuti indispensabili per coinvolgere tutto il genere umano nei benefici dello sviluppo economico. Al riguardo si annotava come: «l’aspirazione al benessere è diventata una componente fondamentale delle preoccupazioni e dello spirito di questo secolo come lo è stata l’aspirazione alla pace ed alla libertà nella filosofia politica del secolo scorso. Il problema del sottosviluppo nel mondo è quello che indubbiamente esprime con più chiarezza la grandezza morale dei compiti che attendono le classi dirigenti e nello stesso tempo la loro difficoltà. (…) Si tratta anzitutto di elaborare gli schemi organizzativi dell’azione economica efficiente nel quadro delle nuove comunità supernazionali. In un mercato ampliato si fa più rapida la obsolescenza dei metodi e dei criteri e si acuisce il bisogno per tutti i responsabili di allinearsi sullo standard migliore. Si tratta di superare visioni nazionalistiche obsolete risentite e piene di rancore, che ancora ostacolano la tolleranza e la comprensione internazionale» (Ivi).

La terza linea di aggiornamento evocata era rappresentata dall’esigenza di corrispondere alle preoccupazioni intellettuali degli uomini: «Chi dirige non sarà chiamato domani solo ad essere una efficiente macchina di calcolo che garantisca l’impiego razionale delle risorse, ma ad essere un capo di uomini che sappia motivare ed ispirare i collaboratori nella ricerca dell’impiego dei loro talenti. Governare gli uomini in un mondo in cui si elevi l’indice dell’educazione richiede che si provveda agli uomini obiettivo e giustificazione dell’azione sia a livello delle istituzioni che a livello dei sistemi. (…) Il problema si fa particolarmente acuto in quanto aumenta costantemente la concentrazione del potere. Dove le organizzazioni si concentrano, aumenta la dipendenza delle persone e la possibilità di loro frustrazione» (Ivi).

Superare il conflitto di fondo, presente pervasivamente nell’esperienza industriale, tra organizzazione e libertà, diventava dunque un imperativo strategico, da perseguire mediante la ricerca del consenso. In generale, poi, era necessario vigilare “sull’influenza che i criteri di esercizio del potere politico in regime democratico esercitano sui criteri di esercizio del potere economico”, al fine di prevenire il rischio che “lo strumento democratico venga utilizzato per mettere in crisi l’attività economica”. Il rapporto Stato-mercato tendeva dunque a raggiungere livelli di complessità sempre più elevati, richiedendo attenzione e competenze, non disgiunte da un alto di responsabilità.

La quarta e ultima direzione di adeguamento dell’attività direzionale coinvolgeva l’esigenza di contribuire “all’ossatura morale della società”, ponendo il benessere al servizio dell’uomo e dunque definendo “oggettivamente le condizioni ed i limiti della efficienza economica”:

«Quando non se ne chiariscano le condizioni, esiste il rischio che gli scribi più melanconici della civiltà di massa vogliano i benefici dell’efficienza senza accettarne i costi. Quando non se ne chiariscono i limiti, si rischia che gli alti salari vengano barattati con la degradazione della coscienza umana. L’esperienza dimostra che è più facile produrre che non servire. A produrre basta la tecnica; a servire l’uomo, ed in particolare ad eliminare il tormentoso paradosso della indigenza in mezzo all’abbondanza, occorre la sapienza umana. Solo la sapienza, cioè la coscienza illuminata dei fini può indicare la direzione nella quale la tecnica può essere meglio utilizzata per questo scopo» (Ivi).

La classi dirigenti necessitavano quindi di “rinverdire i loro ideali”: la “politica di formazione” del CESIPI intendeva corrispondere a siffatta esigenza non sempre facile da riconoscere. Anacleto Benedetti conclusivamente affermava: “la politica di formazione è l’unico supporto strategico che le classi dirigenti hanno nell’affrontare i compiti nuovi poiché solo essa consente di fare crescere l’uomo alla dimensione dei problemi che la realtà impone”.

Come risultava evidente, sia pure sulla scorta della presente disamina meramente introduttiva, il tema della responsabilità, “nuova e grande” per la stagione testé considerata, si configurava nodale e preminente per la sua rilevanza multipolare (livello nazionale, europeo, mondiale), poliedrico per la molteplicità di soggetti coinvolti (imprenditori compresi), strategico per il futuro anche e soprattutto dell’impresa (Zamagni, 2013), in un tempo destinato a imbattersi nelle difficili e impervie criticità del decennio Settanta del XX secolo, soprattutto in Italia, avvinto in una crisi di sistema che avrebbe coinvolto uomini e donne, istituzioni, valori, con il prevalente e grave fenomeno di inedite forme di irresponsabilità.

* Mario Taccolini è docente di Storia contemporanea e coordinatore delle strategie di sviluppo della sede bresciana dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

** Giovanni Gregorini è Professore ordinario di Storia economica e Storia d’impresa presso la Facoltà di Scienze linguistiche e letterature straniere dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Milano.

Immagine: Foto creata da freepik – it.freepik.com

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